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04/04/2011

10/06/2007 Lawrence Ferlinghetti: «Così coltivo la mia utopia» Rassegna Stampa

Lawrence Ferlinghetti: «Così coltivo la mia utopia»
10/06/2007 Francesco Napoli Liberal

Suo figlio Lorenzo lo ha detto che Lawrence, classe 1919, sembra non invecchiare mai. Ed è proprio così, al punto che Lawrence Ferlinghetti alcuni anni fa poteva perfino scherzare giocando sulle parole eighty e eighteen, mischiando le carte sul tavolo dell’anagrafe. Lui, il “cabarettista tragico”, anima editoriale e culturale di un movimento, la Beat generation, è rimasto fedele agli aneliti libertari di allora, con qualche venatura buddhista. È cresciuto a New York con una storia degna del miglior Dickens. Il padre, d’origine italiana, muore a cinque mesi della sua nascita; la madre viene rinchiusa in un ospedale psichiatrico quando aveva due anni e resta separato dai quattro fratelli. E poi ancora: orfanotrofio prima e ricca famiglia adottiva dopo che, naturalmente, fallisce con il crollo di Wall Street. Studia nelle università americane e si specializza alla Sorbona con una tesi sulle città dei poeti. A Parigi si consuma l’incontro della vita: Kenneth Rexroth, un intellettuale anarchico americano, lo sollecita a recarsi a San Francisco facendogli capire che lì stava fermentando una originale e feconda scena letteraria. Così nel 1951 va a San Francisco, secondo lui “uno dei pochi posti mediterranei d’America”, e due anni dopo, con Peter D. Martin e 500 dollari, apre una libreria che tuttora conduce, spesso seduto dietro la cassa: la City Lights Pocket Bookshop. Un’idea rivoluzionaria anche commercialmente sostiene l’impresa: tra quegli scaffali si vendono solo tascabili. In Italia, tanto per fare un paragone, il fenomeno Oscar arriverà quindici anni dopo. Due anni felici e prosperi e poi decide di dar vita a una casa editrice specializzata in poesia dal medesimo nome e con un taglio decisamente avanguardista e in controtendenza perché, come ha scritto introducendo il suo splendido City Lights Pocket Poets Anthology (per la cronaca Pasolini e Porta gli italiani presenti), “il piccolo editore indipendente è lui stesso un’autentica avanguardia, il suo posto è al di fuori, il suo compito quello di esplorare l’ignoto”. Nei Pocket Poets pubblica The Howl (1956) di Allen Ginsberg, praticamente il manifesto della Beat generation forse anche più del fin troppo osannato On the road di Jack Kerouac. Il libro, grazie anche ai tentativi di censura e ai processi subiti, ebbe una eco internazionale e quasi un milione di copie vendute nel mondo. Sempre meno, però della prima raccolta di Ferlinghetti, A Coney Island of the mind (1958). Tanto è facile e leggibile, popolare e abbordabile la sua poesia, tanto ha un profondo spessore culturale, con l’invenzione di un linguaggio contaminato con altri slang europei e musica ascoltate per le strade di San Francisco. Le Sfide per giovani poeti lanciate agli inizi del terzo millennio nel suo What Is Poetry? tradotto da Mondadori nel 2002 sono ancora vive e di monito per tanti poetuncoli nostrani (“Frequentate poeti che pensano. Sono difficili da trovare” e, ancora “Evitate la provincia, mirate all’universo”). Attorno alla sua libreria e alla casa editrice, dunque, si coagula la generazione di Ginsberg, Kerouac, Corso, Orlowsky, Hirschman, Burroughs, DiPrima e altri. Con loro Ferlinghetti firma da amico contratti che poi archivia in una scatola di scarpe (e chissà se la conserva ancora). Vedendolo oggi e immaginandolo ieri si comprende come per lui possa calzare a pennello l’etimologia di Beat secondo Kerouac che soleva dire che il termine derivava da “Beatitude”. Mente politica del movimento, ha sempre conservato un anarchismo di fondo, un attenzione all’ecologia e alla natura del pianeta, criticando con grande energia la superpotenza americana, servendola però durante al Seconda guerra mondiale, e poi ispirando la sua azione politica e culturale, proprio sulla base dell’esperienza personale, a un pacifismo mai fine a se stesso. Una candida utopia la conserva, certo, quella di “una forma di socialismo civile libertario umanitario per salvare noi tutti dall’estinzione totale”. Lo ha detto di recente in Italia, a Salerno, dove è venuto un po’ alla chetichella, solo per il fortissimo legame con Jack Hirschman, anche lui nel nostro paese, e per gli amici Sergio Iagulli e Raffaella Marzano della Casa della Poesia di Salerno ai quali ha donato una piccola raccolta di prossima pubblicazione e della quale l’Indipendente pubblica in anteprima un inedito assoluto. Una due giorni organizzata su misura: lettura sotto l’etichetta di “Altre Americhe” e un incontro più confidenziale, con la proiezione del film di Chris Felver “Coney Island of Lawrence Ferlinghetti”. Con l’amico Hirschman ha dato vita a duetti formidabili, accolti trionfalmente da un pubblico entusiasta formato, a sorpresa, non solo da reduci dell’epoca beat ma da una gran massa di giovanissimi. Ma qualcosa gli è sfuggito la prima sera. Stando a una confidenza rilasciata lontana dal palco, a festa finita, potrebbe essere stato l’ultimo suo reading. Ora vuole intensificare la sua attività nelle arti figurative, anzi è rimasto come abbagliato di fronte alle gigantesche ceramiche di Ugo Marano, viste per caso nella Salerno vecchia a notte inoltrata. Due metri di altezza almeno, forme plasmate con tecniche speciali, ornate da segni fortemente stilizzati e lacerti di versi. È rimasto a lungo lì davanti a chiedere, a intravedere una sintonia, a intuire per se stesso ancora un possibile avvenire: una mostra dei suoi lavori ceramici, casomai da tenere ancora lì, con gli amici di Salerno, nella patria di questi manufatti, a un passo da Vietri sul Mare. Respirando questa volta l’autentica aria mediterranea, non quella ideale della sua amata Frisco.

Francesco Napoli