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04/04/2011

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Tomaz Salamun, un poeta fatto di «vita»
21/02/2003 Mary B. Tolusso Il Piccolo di Trieste

La vita, fatta di poesia, ci può saltare addosso in ogni secondo. Borges ci insegnava che i libri, appunto, sono solo occasioni di poesia. Qualcuno scrisse, da qualche pare, che le biblioteche sono una specie di grotta magica piena di uomini morti. Ma quei cadaveri, possono essere riportati in vita quando si sfogliano le loro pagine. Tomaz Salamun titola una sua poesia «Leggere: amare» e dà ragione a Borges. Ma non è solo questo. Nel caso del poeta nato a Zagabria, la possibilità è doppia: Salamun non è solo il buon lettore che attraverso questa pratica fa risorgere le parole, ma uno dei più riconosciuti scrittori in Europa. Ecco allora un poeta a cui la vita, fatta di poesia, balza addosso in ogni momento. Non tutti i poeti sono fatti di «vita», ma Salamun lo è. Così leggendo «Il ragazzo e il cervo», fresco di stampa per la Multimedia Edizioni (pagg. 78, euro 10), con la bella traduzione di Daria Betocchi. Nato a Zagabria nel 1941, ha svolto nella vita diversi mestieri, tra i quali quello di assistente all’Accademia di Belle Arti a Lubiana, addetto culturale, ma anche quello di semplice venditore. Oggi insegna scrittura creativa all’Università del Massachusetts e vive tra New York e Lubiana. Il suo primo libro, «Poker», edito nel 1966, ha letteralmente innovato il tratto e il pensiero poetico sloveno. Tradotto in molte lingue, Salamun regala questa seconda traduzione antologica dopo «Acquedotto» (Interlinea). «Saranno di scena la patria, le donne, pane d’ogni genere e lingua...», ci inizia Salamun in uno dei primi testi, una sorta di Orlando furioso del XXI secolo. Si tratta di incontri, apparizioni, consonanze, lacerti di memoria che disegnano una porzione rilevante di quella costellazione di imprese che è la vita. Il suo rapporto col mondo non è mai segnato da una linea di separazione, ma si registra nelle singolari pennellate espressioniste mediate da scorci di vita che rompono il ciclo delle visioni. E i livelli narrativi si sdoppiano, incalzano, travolgono la stessa esistenza. Ce la fa vedere bene, Salamun, quest’esistenza di trame fitte, nella storia, nell’amore, analizzate, decomposte, ricucite talvolta da un’identità precisa, quella slovena. Ma sempre con una porta aperta, pronta a rifuggire ogni rigida staticità: «A me manca – ci dirà – ciò che ho buttato via/Il peso dell’impronta». O più in là, con una prosa in versi, la capacità di «tradurre» gli aneliti metafisici, con una straordinaria coerenza, quella di un autore così legato alla terra, capace, appunto, di trasmetterci l’inaccessibilità delle «Cose» alla maniera dei poeti. Perché se Borges diceva che ogni volta che leggeva testi di estetica aveva la sgradevole impressione di leggere opere di astronomi che non avessero mai osservato le stelle, Salamun lancia il suo contrappunto in versi: «I filosofi nn sanno stare al nostro passo./ Ci ritengono un po’ folli e sempliciotti/ perché usiamo il linguaggio dei bambini./ Ehi, voi, babbei, noiosi pedestri!/ Non sarebbe più meraviglioso il mondo,/ se anche voi,/ vi concedeste più fisicità?». Pensar di pancia non fa troppo bene, risponderebbero quelli. Ma riuscire a vedere le stelle...Mary Barbara Tolusso