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04/04/2011

voglio-parlare-di-te-notte-monologhi-barbara-korun Estratto

Voglio parlare di te notte - Monologhi Sensualità, ironia, passione, femminilità: ecco la prima antologia italiana di Barbara Korun, uno dei grandi talenti della poesia slovena.
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Voglio parlare di te notte - Monologhi 2014 978-88-86203-65-4 144 Poesia come pane Jolka Milič Jolka Milič
13,00 €
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*

Notte
piena di sospiri
e di percettibile ansimare dei dormienti
muta gravità dei corpi
senza le radiazioni della coscienza
e la silente e densa presenza
di qualcosa di non umano
è sempre qua
di giorno pregna di luce solare
del brusío delle parole
di notte si sente
vive oltre i vulnerabili dormienti
avvolti nel buio e nelle lenzuola
l’anima
irretita dalla ragnatela dei sogni
attaccata al corpo
solo con un fragile filo
ancora più tenue del ricordo
e se
quella cosa oscura
quella cosa inumana
se
senza volerlo
urta contro il filo
l’anima
cade
cade
Cado.
Mi sveglio
con le palpebre incollate e il capogiro.
Di nuovo qua.
Attraverso la finestra
le rosse gocce dell’alba.


* * *


PICNIC NELL’IDILLIO DEL 21° SECOLO

noi due siamo giunti un pomeriggio
di domenica e abbiamo steso
la tovaglia di cucina sul nulla
sopra abbiamo disposto
le vivande e ci siamo seduti
con le gambe penzoloni
nel vuoto
il sole giallo sta tramontando
dietro all’orizzonte plumbeo
raffiche di mitraglia
sono il canto degli uccelli
ci fanno ombra
i bombardieri
ridiamo e mangiamo
ma il riso maschera
lo sfacelo e il cibo dà
la forza per la fine
non riesco proprio a immaginare
quando avvolgeremo la tovaglia
di plastica e ce ne andremo
da nessuna parte


* * *


Hannah Arendt riferisce sul processo di Eichmann
Gerusalemme, Israele, maggio 1962


Per parlarne la poesia non basta.
Parecchie migliaia di pagine di rapporti.
Ogni parola ha davanti un nome.
Ogni nome è un uomo: corpo e spirito.
Ognuno deve essere responsabile di ciò
che ha detto, di ciò che ha fatto.
Non davanti a Dio, davanti agli uomini.
Davanti ai giudici.
Qui non c’è posto per la poesia.
Si susseguono i paragrafi, le norme,
un articolo dopo l’altro. Leggi,
costituzioni, mozioni, emendamenti.
Un disperato tentativo – l’unico che conta –
di scorgere il male, collegarlo con un nome,
il nome con una persona e trascinare la persona
in tribunale. Seguire pazientemente ogni segno
alfabetico senza perdere d’occhio il suo senso.
Dimenticare la propria sofferenza.
Limitare il male. Nient’altro.
No, la poesia non basta.
Ma proprio lei è la sorgente della luce
che riesce a rendere il male visibile.
Solo grazie alla sua esattezza
riesco a separare gli strati della
realtà personale da quella comune,
seguire l’inconcepibile apparente
rapporto tra cause e effetti.
Per me sono crollati tutti i sistemi di giustizia.
Mi si è disgregata la lingua,
cerco di ricomporla,
con pazienza e precisione,
pagina per pagina, pagina per pagina.
Anche senza la lingua
so mantenere la presenza di spirito.
La cicatrice nella lingua
mi serve,
testimonia l’attenzione.
Mentre scrivo, tutto il tempo
mi suggerisce
il contrario, distruttive assurdità,
sfrenati giochi di parole e di destini,
ogni sorta di cose impossibili;
con forza selvaggia, irrefrenabile
mi strappa la verità dalle mani
e me la rende uguale, ma trasformata:
con un’ombra, smisurata, profonda
e palpitante
che alle cose dà la forma,
alle azioni il significato.