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Rime di libertà
27/05/1994 Rosa Maria Grillo il Mezzogiorno

Impegno civile e lirismo nella produzione del poeta haitiano La letteratura francofona del continente americano appare come oppressa ed emarginata dalla consorelle maggiori – inglese, spagnola, portoghese – sia per la relativa esiguità delle opere prodotte sia perché i suoi due tronconi – del Canada e della zona caraibica – hanno peculiarità molto diverse che non permettono nessuna assimilazione.La cultura e la letteratura di Haiti – scritta in francese e in creolo (un misto di francese e dialetti africani) – è però riuscita ad emergere grazie anche all’interessamento di due grandi scrittori e intellettuali del ‘900, André Breton e Alejo Carpentier, che soggiornandovi vi hanno scoperto, allo stato per così dire naturale e spontaneo, una realtà surreale e magica, che in Europa artisti e poeti cercavano di ricreare in modo artificioso: mentre nell’America afroindigena sopravvivevano elementi ed ingredienti eterogenei ma perfettamente integrati, i surrealisti europei nella ricerca del non-banale e dell’inusuale erano costretti e ricorrere a costruzioni artificiali, quali l’incontro fortuito dell’ombrello e della macchina da scrivere su un tavolo da chirurgo. Ad Haiti, come in gran parte dell’America Latina, erano lì, a portata di mano – e di occhi – , materia prima inesauribile e attraente di una cosmovisione allo stesso tempo reale e magica, storica e mitica. Perché ad Haiti la natura violenta e lussureggiante e una storia complessa e contraddittoria hanno prodotto una realtà dai forti contrasti e una cultura sincretica che sono la linfa vitale di quel grande fenomeno letterario e artistico che Carpentier definì del “real maravilloso”: «il meraviglioso comincia ad essere tale in modo inequivocabile quando nasce da una alterazione della realtà, da una illuminazione inusuale (…), da un ampliamento delle gradazioni e categorie della realtà, percepite con particolare intensità grazie a una esaltazione dello spirito fino ad una situazione di “stato limite”. Per iniziare, la sensazione del meraviglioso presuppone una fede». E queste condizioni si danno in modo particolare proprio ad Haiti, crogiolo di razze (indigeni, spagnoli, africani e francesi) concentrate in un piccolo territorio che ha prodotto uno dei massimi esempi di sincretismo a tutti i livelli, da quello linguistico (creolo) a quello religioso (vudù) nonché etnico e politico (prima regione a rendersi indipendente dagli spagnoli e prima repubblica negra del mondo, ma ancora luogo dove ancora si consuma una crudele dittatura dopo la breve tappa democratica del presidente Aristide). della letteratura haitiana uno dei massimi esponenti contemporanei è sicuramente Paul Laraque, poeta e intellettuale di ampia cultura e di respiro internazionale (il suo incontro con Breton a Porta u Prince e il lungo esilio negli Stati Uniti ne sono tappe significative che ha raccolto l’eredità del surrealismo europeo innestandolo in quella realtà e concretizzando ad altissimo livello poetico le due anime del movimento europeo, quella politico-rivoluzionaria e quella visionaria e magica. Il grande sogno fallito del surrealismo storico diventa realtà nella poesia di Laraque, poesia sincretica come sincretiche sono la cultura, la religione e la lingua dl popolo haitiano. Ma sincretica lo è anche in quanto, come in Majakovski e nello stesso Breton, arte e vita, fede rivoluzionaria e scrittura poetica, cultura europea e coscienza della “negritudine” e del “mestizaje” si amalgamo in prose e versi coerenti e vibranti. Non vi è soluzione di continuità giacché, come con un sillogismo ineccepibile ha affermato Paul Laraque in occasione della presentazione del suo libro “La sabbia dell’esilio” (Salerno, Multimedia Edizioni, 1994, traduzione di Giancarlo Cavallo), tenutasi a Salerno, prima tappa di una serie di incontri in varie città italiane, la poesia fa parte della cultura e la cultura della storia. E la storia tutta di Haiti è un lungo susseguirsi di successive oppressioni, politiche e/o economiche, di rivoluzioni incredibili e fantastiche – prima repubblica negra del mondo – di splendore e di miseria – lo sfarzo di corte di Paolina Bonaparte e l’emarginazione dei negri – che non possono restar fuori dalla poesia e dalla vita del poeta: infatti, nel lungo poema “la sabbia dell’esilio” che dà il titolo al libro, in una stringata pagina in prosa e verso, c’è tutta la storia americana di Haiti, dalla scoperta all’ultimo esilio: «In principio era l’indigeno / popolo che aveva il colore di questa terra / di cui l’amore era re e la poesia regina /allora cominciò la disumana avventura di tre razze di cui una sterminò una delle altre e mise l’altra in schiavitù sotto il gioco dei mercanti di uomini d’oro e di spezie per colpa di un capitano che inseguiva una chimera (…) / e comincia l’esilio / separato dai tuoi e da te stesso / da una barbarie più grande della tua / col tuo tamburo e la tua danza / tu fuggiaschi montagne e credenze / e forgi le armi della tua indipendenza / (…) / e l’esilio prosegue / nel tuo paese / e l’esilio prosegue / fuori di Haiti / e l’esilio prosegue / nella vergogna di oggi ». La poesia di Laraque è rigorosa e barocca, di ritmo discontinuo che spesso accoppia poesia e verso, in cui primeggiano la sinestesia («la tua luminosità vegetale / di bestia marina / unita alla pantera alata / penetra il mistero / delle nostre contrade inesplorate») e l’assimilazione degli opposti («quando chiuso gli occhi / tutto intorno è buio in pieno giorno / ed è il tempo di dognare / quando apro gli occhi / tu illumini la notte / ed è il tempo di amare»). Una poesia che si inserisce nel solco di quel particolare surrealismo noto soprattutto attraverso la “negritude” di Aimée Cèsaire, che ad Haiti prende il nome di “Indigenismo”. In Laraque alla rivendicazione dei caratteri originali della propria cultura ed alla lotta contro il colonialismo imperialista si uniscono l’erotismo, la tenerezza dell’amore, l’incantevole immaginario onirico e la resa pittorica della rigogliosa natura caraibica, fino a creare una cifra stilistica inconfondibile. A tratti la necessità esplicativa e la forza degli eventi la rendono crudamente referenziale («terra terra grida la vedetta / e attraverso il deserto dell’Atlantico / questo solo grido unisce / la vecchia Europa alla nuova America / (…) / terra dove il primo fuggiasco fu rosso / terra dove l’Africa si lega alla Francia / in un combattimento da cui è sorto il mio paese / terra dove di nuovo libertà è in movimento». Ma poi sempre l’amore si impone come forze unificante e rigeneratrice («io scopro la chiave dei venti / della mia bussola la tua carne è il magnete / per me non è più tempo di morire / i tuoi seni sono i grappoli della luce / il nostro ridere ha cacciato la vecchia paura / un sangue nuovo scorre nelle vene della terra»), capace di fondare in unità sincretica i diversi livelli in cui si muove il poeta, e la storia.

Rosa Maria Grillo