Gregory Corso (1930–2001), è stato il "ragazzaccio" della Beat Generation, la cui vita randagia e la cui poesia visionaria hanno incarnato lo spirito più autentico e meno addomesticato della controriforma culturale americana:
Nato nel Greenwich Village di New York nel 1930 da giovanissimi immigrati italiani, Corso ebbe un'infanzia segnata dall'abbandono e dalla strada. Dopo una giovinezza turbolenta che lo portò a scontare tre anni nel carcere di Clinton a soli 17 anni, fu proprio tra le sbarre che scoprì la letteratura classica e la poesia, trasformando la prigione nella sua università. Nel 1950, in un bar di New York, l'incontro folgorante con Allen Ginsberg lo inserì nel nucleo originario dei Beat, insieme a Jack Kerouac e William Burroughs. Nonostante la fama internazionale, Corso mantenne sempre un'esistenza precaria e nomade, fedele a un'idea di purezza artistica che rifiutava ogni compromesso borghese. È morto nel 2001 ed è sepolto, per sua volontà, nel Cimitero Acattolico di Roma, accanto al suo idolo Percy Bysshe Shelley.
La sua poetica è definita da un "lirismo orfico e stradaiolo". Corso è stato il più "greco" dei poeti Beat: la sua scrittura mescola lo slang dei bassifondi con citazioni colte, divinità dell'Olimpo e un'ironia dissacrante. Se Ginsberg era il profeta e Kerouac il narratore, Corso era il poeta puro, capace di unire il surrealismo a una musicalità istintiva. La sua poesia più celebre, Bomb (1958), scritta in forma di fungo atomico, e il componimento Marriage sono manifesti di un'epoca che cercava di esorcizzare la paura nucleare e le convenzioni sociali attraverso lo sberleffo e la bellezza. In Italia, il suo legame con la Casa della Poesia è stato profondo e commovente: Corso è stato amico fraterno del progetto che ha dedicato a lui studi, ricerche, progetti. Amici comuni hanno continuato a mantenere un contatto continuo tra le due sponde dell'oceano (Martin Matz, Ira Cohen, Jack Hirschman, Janine Pommy Vega, Bob Yarra).
Oggi, Gregory Corso è ricordato come l'ultimo dei poeti maledetti e, allo stesso tempo, come un eterno fanciullo della parola. La sua eredità risiede nell'aver dimostrato che la poesia può nascere dal fango della cella di una prigione e volare fino alle vette del mito. La sua voce continua a essere un grido di libertà contro l'omologazione, ricordandoci che il poeta è colui che "ruba il fuoco" per donarlo a un'umanità spesso troppo distratta per accorgersi della propria luce.
