Jolka Milič (1926–2021) è una figura monumentale della cultura di frontiera, definita spesso come un "ponte vivente" tra la letteratura slovena e quella italiana. Nata a Sesana nel 1926, Jolka Milič è stata molto più di una poetessa: è stata la più instancabile e appassionata ambasciatrice della poesia slovena in Italia. La sua biografia è un inno alla resistenza culturale e al dialogo transfrontaliero. Vissuta sempre sul confine, ha dedicato l'intera esistenza alla traduzione, portando in lingua italiana le voci di giganti come Srečko Kosovel, Edvard Kocbek e tantissimi contemporanei. La sua attività non era solo letteraria, ma civile: credeva fermamente che la traduzione fosse un atto di pace e di reciproco riconoscimento tra popoli che la storia aveva spesso diviso. Per il suo immenso lavoro ha ricevuto i massimi riconoscimenti, tra cui il premio Prešeren in Slovenia e l'onorificenza di Commendatore della Repubblica in Italia.
Il baricentro della sua opera risiede nella "poetica della traduzione come missione e dell'ironia come difesa". Come poetessa, Jolka scriveva versi taglienti, brevi, intrisi di un umorismo sapiente e talvolta graffiante, capace di smascherare le ipocrisie del potere e della società. In Italia, il suo legame con la Casa della Poesia di Baronissi è stato viscerale e duraturo. Multimedia Edizioni ha avuto l'onore di pubblicare molti dei volumi da lei curati e tradotti (poeti come Josip Osti, Barbara Korun, Tomaž Šalamun, Sonja Votolen, Vinko Möderndorfer, Marko Kravos), rendendola una colonna portante del catalogo. La sua casa di Sesana, stipata di libri fino al soffitto, era un porto sicuro per poeti di ogni nazionalità, un laboratorio perenne dove il "pane" della poesia veniva impastato e sfornato ogni giorno in più lingue.
Oggi, Jolka Milič è ricordata come la "grande madre" della traduzione poetica. La sua eredità risiede nell'aver abbattuto, parola dopo parola, i muri del pregiudizio, dimostrando che la lingua dell'altro non è una minaccia, ma una ricchezza. La sua figura resta quella di una donna minuta ma dalla forza d'urto immensa che, con la sua inseparabile macchina da scrivere e la sua risata schietta, ha insegnato a tutti noi che la poesia è l'unico territorio dove non esistono passaporti, ma solo incontri.
Inserirla nell'antologia dei 30 anni è un atto di giustizia e di profonda gratitudine.
