Slavko Šantić è una delle figure più nobili e coraggiose della cultura bosniaca contemporanea, la cui vita e opera sono diventate un simbolo universale della resistenza intellettuale durante il tragico assedio di Sarajevo. Nato nel 1937 a Mostar, in Bosnia-Erzegovina, Slavko Šantić ha dedicato la sua intera esistenza alla parola scritta, distinguendosi come poeta, giornalista e redattore culturale di profonda integrità. Cresciuto nel clima multiculturale della Jugoslavia, ha vissuto il dramma della dissoluzione del suo Paese scegliendo di rimanere fermamente a Sarajevo durante i lunghi anni dell'assedio (1992-1996). In quel periodo di oscurità e privazioni, Šantić non ha mai abbandonato la città, diventando uno dei pilastri della sopravvivenza spirituale dei suoi concittadini attraverso la direzione di programmi culturali e la scrittura di cronache che fondevano la durezza del reportage alla profondità della lirica. La sua è stata una vita spesa per l'ideale di una Bosnia pluralista, laica e tollerante, contrapposta a ogni forma di nazionalismo distruttivo.
La sua poetica è definita da un "umanesimo del dolore e della dignità". Šantić non ha mai ceduto alla retorica dell'odio, preferendo una poesia di testimonianza pura. I suoi versi sono intrisi di una malinconia profonda per la bellezza violata — dal ponte di Mostar alle strade di Sarajevo — ma cercano sempre un barlume di luce tra le macerie. In opere come Ponosni na ovaj grad (Orgogliosi di questa città) o nelle sue raccolte scritte letteralmente "sotto le bombe", la parola si fa scarna, essenziale, trasformandosi in un diario intimo dell'anima che si rifiuta di soccombere alla barbarie. Šantić è stato uno dei poeti bosniaci a essere accolti e tradotti dopo il conflitto, portando la sua testimonianza di "sentinella della cultura" in numerosi festival e contribuendo a far comprendere al pubblico italiano la tragedia balcanica come un attacco frontale alla convivenza civile.
Oggi, Slavko Šantić è considerato un "giusto" della letteratura europea. La sua eredità risiede nella ferma convinzione che la poesia abbia il dovere morale di restare al fianco degli oppressi, agendo come l'unica "arma" capace di difendere l'identità di un popolo quando la storia tenta di cancellarla. La sua voce continua a insegnarci che, mentre la violenza può abbattere le pietre e i ponti, non può nulla contro la verità di un verso scritto con onestà e amore per la propria terra.
Ha ricevuto premio e riconoscimenti internazionali per la sua poesia e per l'opera di diffusione della cultura. Fa parte dell'importante Circolo '99 di Sarajevo e del Pen Club bosniaco.
Ha preso parte alle edizioni del 2003 e del 2004 degli Incontri internazionali di poesia di Sarajevo.
