Yitzhak Katzenelson (1886–1944), il "poeta del martirio" e della resistenza spirituale, la cui opera rappresenta la più alta e dolorosa testimonianza letteraria della Shoah.
Nato a Karelitsy (Bielorussia) nel 1886, Katzenelson è stato un pilastro della cultura ebraica tra le due guerre. Educatore, drammaturgo e poeta bilingue (scriveva sia in ebraico che in yiddish), fondò a Łódź un celebre teatro e una scuola dove l'arte era strumento di emancipazione. Dopo l'invasione nazista, fu rinchiuso nel Ghetto di Varsavia, dove partecipò attivamente alla resistenza culturale e al movimento clandestino Dror. Dopo aver perso la moglie e due figli nelle camere a gas di Treblinka, riuscì a fuggire con il figlio superstite grazie a un passaporto honduregno falso, venendo internato nel campo di transito di Vittel, in Francia. Qui, in una corsa contro il tempo e la morte, scrisse i suoi testi definitivi prima di essere deportato e ucciso ad Auschwitz nel maggio 1944.
La sua poetica è definita dal "lamento profetico e dall'accusa universale". Se prima della guerra la sua produzione era luminosa e biblica, l'esperienza del Ghetto la trasforma in un grido biblico di dolore e rabbia. La sua opera suprema è Il canto del popolo ebraico massacrato (Dos lid funem ojsgehargetn jidischn folk), scritto in yiddish a Vittel tra l'ottobre 1943 e il gennaio 1944. È un poema epico in quindici canti che descrive l'annientamento di un intero mondo, un'opera che lo stesso autore seppellì in bottiglie di vetro sotto un pino nel campo di Vittel affinché sopravvivesse a lui. In Italia, la sua memoria e la sua opera sono state onorate dalla Casa della Poesia di Baronissi, che ha organizzato letture pubbliche e studi della sua opera contribuendo ad alcune traduzioni (Jack Hirschman negli Stati Uniti) contribuendo a rendendolo un pilastro della letteratura della testimonianza accessibile al pubblico italiano.
Oggi, Yitzhak Katzenelson è considerato il custode della lingua yiddish e della memoria di un popolo ferito a morte. La sua eredità risiede nell'aver trasformato il dolore indicibile in una forma d'arte che non concede sconti alla storia, ma che rivendica la dignità umana fino all'ultimo respiro. La sua voce continua a risuonare dalle bottiglie interrate di Vittel, ricordandoci che la poesia può essere l'ultima forma di resistenza contro l'oblio e che, anche di fronte al silenzio di Dio e degli uomini, il poeta ha il dovere di nominare l'orrore affinché non si ripeta.
