Antonio Gamoneda (Oviedo, 1931) è una delle figure più imponenti e singolari della letteratura in lingua castigliana, un poeta che ha trasformato il dolore e la memoria in una sostanza minerale, dura e lucente. La sua vicenda umana si radica a León, nel quartiere ferroviario di El Crucero, dove approda bambino dopo la morte del padre, poeta modernista. È qui che Gamoneda impara a leggere "nelle pagine del padre" e cresce sotto l'ombra di un dopoguerra atroce, segnato dalla miseria e dalla repressione franchista. La figura della madre e delle sue mani, rifugio contro l'orrore dei cadaveri che popolano la sua infanzia, diverrà un perno emotivo di tutta la sua opera.
Formatosi da autodidatta attraverso letture "capitate per caso" e una lunga carriera come impiegato di banca (1945-1969), Gamoneda vive la resistenza intellettuale al regime in una "insurrezione immobile". Le sue prime opere, come Blues castellano (scritto tra il 1961 e il 1966 ma bloccato dalla censura per vent'anni), riflettono questa tensione morale e civile. Dopo un lungo silenzio poetico coinciso con la transizione democratica spagnola — anni di "amore presente ma impossibile" per la poesia — Gamoneda riemerge con una maturità folgorante. Con Descripción de la mentira (1977) e soprattutto con il capolavoro Libro del frío (1992), la sua voce si libera da ogni aneddoto per farsi "prospettiva della morte", una discesa lucida e glaciale verso l'essenza dell'esistere.
Opere come Arden las pérdidas (2003) e Cecilia (2004) confermano una poetica dove il linguaggio, anche quello arcaico della scienza medica, si carica di estetica e diventa "veleno" o "luce". Questa traiettoria lo ha portato a ricevere i massimi riconoscimenti mondiali, tra cui il Premio Cervantes e il Premio Reina Sofía nel 2006.
Per Casa della poesia, Antonio Gamoneda non è stato solo un ospite di prestigio, ma un maestro di rigore ed etica. La sua partecipazione a "Napolipoesia" nel 2001 ha segnato un momento di profonda comunione tra la sua voce "sepolcrale e luminosa" e il pubblico italiano. La sua lezione — che la poesia non è finzione ma "un’estensione della vita" — è diventata patrimonio pulsante del progetto salernitano e Gamoneda ne incarna la missione stessa: la ricerca di una parola che, pur nascendo dal silenzio e dal dolore, sia capace di farsi chiarezza universale.
