Juan Vicente Piqueras, una delle voci più limpide, umane e girovaghe della poesia spagnola contemporanea, capace di trasformare l'esperienza dello sradicamento in una luminosa appartenenza al mondo. Nato nel 1960 a Los Duques de Requena, un piccolo borgo rurale vicino a Valencia, Juan Vicente Piqueras incarna la figura del "poeta straniero", avendo trascorso gran parte della sua vita adulta fuori dai confini della Spagna. Dopo la laurea in Filologia Spagnola, la sua carriera è stata segnata da un nomadismo culturale che lo ha portato a vivere e lavorare come docente e direttore di vari centri dell'Instituto Cervantes in città come Roma, Atene, Algeri, Lisbona, Amman e Tangeri. Questo costante spostamento geografico non è stato un semplice dato biografico, ma il motore pulsante della sua poetica: Piqueras scrive una poesia della distanza, della memoria e dello stupore quotidiano, dove il viaggio diventa uno strumento per spogliarsi del superfluo e ritrovare l'essenza delle cose.
La sua scrittura si distingue nel panorama spagnolo per una rarissima combinazione di semplicità e profondità. Rifuggendo l'ermetismo oscuro, Piqueras adotta un linguaggio colloquiale, quasi sussurrato, che però nasconde una precisione millimetrica e una cura artigianale per il ritmo. Le sue opere sono popolate da incontri, strade straniere, treni e riflessioni sulla lingua, intesa come l'unica vera patria possibile per chi vive in esilio volontario. La sua poesia testimonia la capacità di dare voce alla nostalgia senza mai cadere nel sentimentalismo, mantenendo sempre uno sguardo ironico e partecipe verso la fragilità umana.
Il legame di Piqueras con l'Italia è particolarmente profondo: nel nostro Paese ha trovato una seconda casa intellettuale e Casa della poesia è diventata davvero la sua seconda casa.
Vincitore di premi prestigiosi come il Premio José Hierro, il Premio Loewe e il Premio della Critica di Valencia, è considerato oggi un maestro della "poesia dell'esperienza" che ha saputo però evolvere verso una sorta di metafisica del quotidiano. La sua figura rappresenta la sintesi perfetta tra l'anima contadina delle sue origini e lo spirito cosmopolita dell'intellettuale europeo, un poeta che, come lui stesso afferma, scrive per "celebrare ciò che resta quando tutto il resto se n'è andato".
In Italia ha pubblicato: "Mele di mare" (ed. Le Lettere, Firenze, 2003), "Palme" (ed. Empiría, Roma, 2005) "Braci" (ed. Empiría, Roma, 2010), "Avverbi di luogo" (Lietocolle, 2019).
Con Multimedia Edizioni, con la traduzione di Raffaella Marzano: Vigilia di restare (2018) e Padre (2021).
Intensa la sua attività di traduttore: "Poesía Completa" di Tonino Guerra (2011), "Una calle para mi nombre" (antologia del poeta bosniaco Izet Sarajlic, 2003), "Cosecha de ángeles" (antologia della poetessa rumena Ana Blandiana, 2007), "El hambre del cocinero" e "Encima del subsuelo" di Kostas Vrachnós (2008 e 2014), "El huésped en el bosque" (antologia di Elisa Biagini, 2010), "Refugiarme en una palabra" di Cesare Zavattini (2016) e "Mordiscos y plegarias" di Sabrina Foschini (2020).
Ha partecipato nel 2000 a "Verba Volant. Incontri internazionali di poesia" a Salerno e a "Lo spirito dei luoghi. Incontri internazionali di poesia" nella Casa della poesia, nel 2001 alla manifestazione "Poesia contro la guerra" e nel 2002 a "Il cammino delle comete" a Pistoia e agli "Incontri internazionali di poesia a Sarajevo" nel 2002 e nel 2003, a "La poesia resistente" nel 2012, "Le molte lingue della poesia" (2023), "Poesia e Musei" (2025).
È ospite abituale della struttura e dei progetti di Casa della poesia.
