Nata a L'Aia nel 1950, Maria van Daalen (pseudonimo di Maria de Bruyn) è una personalità che sfugge a ogni facile etichetta. La sua formazione è un intreccio di rigore accademico e ricerca antropologica: ha studiato Lingua e Letteratura olandese, ma la sua vera vocazione l'ha portata a esplorare i confini tra il visibile e l'invisibile. La sua vita ha preso una svolta radicale con il trasferimento negli Stati Uniti e successivamente con i suoi lunghi soggiorni ad Haiti, dove è stata iniziata come sacerdotessa Vudù (Mambo). Questa doppia appartenenza — la razionalità europea e la ritualità magica dei Caraibi — costituisce il cuore pulsante e il mistero della sua intera opera.
La sua poetica è caratterizzata da una "densità visionaria". Sin dal suo esordio nel 1989 con Rumenigge, Van Daalen ha mostrato una voce capace di scardinare la tradizione lirica olandese, spesso tacciata di eccessivo realismo. Nelle sue raccolte, come L'amore come se fosse un paesaggio, La legge dell'estasi e La discesa del mondo, la parola poetica agisce come un incantesimo: non descrive semplicemente la realtà, ma cerca di evocarne le forze sotterranee. Per lei, la poesia è un atto sciamanico; i suoi versi sono intrisi di simbolismo, riferimenti ai miti classici e invocazioni alle divinità (i Loa), creando un ponte tra la modernità occidentale e le radici ancestrali dell'umanità.
Oltre alla poesia, Maria van Daalen è un'acuta saggista e traduttrice, impegnata nel far conoscere la profondità della cultura haitiana oltre i pregiudizi folcloristici. In Italia, è una presenza magnetica e carismatica della Casa della Poesia di Baronissi; le sue performance sono celebri per l'intensità quasi rituale con cui porge i testi, trasformando la lettura in un'esperienza collettiva di partecipazione spirituale. La sua scrittura non teme il sacro, né l'oscurità, ma li attraversa con una lingua elegante e precisissima, capace di rendere tangibile il soffio dell'invisibile.
Oggi, Maria van Daalen vive tra i Paesi Bassi e i suoi luoghi d'elezione nel mondo, continuando a essere una testimone della "connessione universale". La sua eredità risiede nella lezione che la poesia è l'ultimo spazio rimasto per il sacro nella società contemporanea: un invito a non smettere di cercare il divino tra le pieghe del quotidiano e a riconoscere che ogni parola, se pronunciata con intenzione, può diventare una preghiera o un atto di liberazione.
Ha partecipato agli Incontri internazionali di poesia di Sarajevo nel 2003.
