Stevan Tontić (1946–2022) è stato un testimone d'eccezione del dramma bosniaco e una delle voci più alte e dolenti della letteratura europea a cavallo tra due secoli.
Nato a Grdanovci nel 1946, nell'allora Jugoslavia (oggi Bosnia ed Erzegovina), Tontić ha vissuto la parabola della sua terra come una ferita aperta sul proprio corpo. La sua biografia è segnata indelebilmente dall'assedio di Sarajevo (1992-1995): rimase in città sotto le bombe per gran parte del conflitto, un'esperienza che trasformò radicalmente la sua visione del mondo e della parola. Intellettuale di etnia serba che scelse di restare nella Sarajevo multietnica, pagò il prezzo della sua coerenza con l'esilio in Germania dopo la distruzione della sua casa e della sua biblioteca. Rientrato in patria anni dopo, ha continuato a operare come traduttore (soprattutto dal tedesco) e curatore, diventando un ponte tra la cultura balcanica e quella mitteleuropea.
Al centro della sua ricerca espressiva troviamo la "poetica delle macerie e del sacro profanato". Tontić scrive una poesia che nasce dal fumo degli incendi, ma che non rinuncia alla ricerca di una trascendenza, per quanto difficile e tormentata. Il suo stile è denso, biblico e al contempo crudamente realistico; i suoi versi interrogano Dio e la storia sopra le rovine della convivenza civile. In Italia, la sua voce ha trovato ascolto profondo presso la Casa della Poesia di Baronissi, che lo ha ospitato in momenti di grande intensità emotiva presentando opere che documentano il passaggio dall'idillio jugoslavo all'inferno della guerra fratricida con una lucidità che toglie il respiro.
Oggi, Stevan Tontić è ricordato come il "poeta del destino balcanico". La sua eredità risiede nell'aver rifiutato ogni schieramento nazionalista per restare fedele alla sola "nazione" possibile per uno scrittore: quella della verità e della sofferenza umana. La sua voce continua a parlarci della fragilità della civiltà e della necessità di ricostruire, parola dopo parola, un senso possibile tra le macerie. La sua figura resta quella di un uomo che, pur avendo visto il peggio dell'umanità, ha continuato a cercare nei libri e nel cielo di Sarajevo un segno di redenzione, lasciandoci in eredità una poesia che è, al tempo stesso, un atto di accusa e una preghiera laica.
Ha preso parte all'edizione del 2005 degli Incontri internazionali di poesia di Sarajevo.
