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04/04/2011

10/09/2005 «Porto a Napoli la voce degli oppressi» Rassegna Stampa

«Porto a Napoli la voce degli oppressi»
10/09/2005 Fabrizio Coscia Il Mattino

Nel silenzio assoluto dell’Eremo dei Camaldoli, l’americano Jack Hirschman legge l’amato Pasolini, «poeta raro» e «profeta», come lo definisce, con il suo sorriso amabile, nascosto dai baffoni da tricheco e un guizzo d’intelligenza viva negli occhi. «Questo è un posto dove i poeti possono trovare un silenzio molto necessario, e non solo i poeti», dice, perso nella contemplazione del parco. «Napoli è una città straordinaria, perché ti riserva queste sorprese inaspettate, luoghi di quiete totale in contrasto con il caos della metropoli». Qui, nel verde della collina dei Camaldoli, ieri si è inaugurata la nuova edizione degli incontri internazionali di poesia organizzati da Multimedia Edizioni/Casa della poesia. La rassegna, intitolata «Napolipoesia nel Parco» e promossa dal Parco Metropolitano delle Colline di Napoli, ha come setting naturale il teatrino del Belvedere immerso nel bosco. Sul palco si sono succeduti, ieri, oltre ad Hirschman, i poeti Mariano Bàino, Khal Torabully, Dane Zajc e Agneta Falk. Autore di oltre 100 libri, Hirschman è personaggio-simbolo della sinistra californiana, da sempre impegnato a denunciare le contraddizioni dell’«Impero Americano». I suoi Arcani, poemi seriali ispirati ai fatti della storia o della cronaca sono in corso di pubblicazione per la prima volta in edizione completa (una monumentale raccolta di 124 poemi) dalla Multimedia Edizioni/Casa della poesia.Stasera i reading di Francisca Aguirre, Maram al Masri, Michel Cassir, Abdelkader Benali e Wanda Marasco. Domani la serata di chiusura con l’ospite d’eccezione Amiri BARAKA (LeRoi Jones), Mimoza Ahmeti, Amina Baraka, Gabriele Frasca e Carmen Yanez. Hirschman, lei ormai è un veterano del festival «Napoli poesia». Che cosa rappresenta per lei questo progetto? «Questo festival per me è una riflessione sul senso dell’alternativa al potere della globalizzazione. Avere tanti poeti diversi, che rappresentano la voce dei popoli degli altri paesi del mondo, e in particolare la voce degli oppressi, rappresenta una vera internazionale dell'internazionale. Basti pensare ai poeti americani che nelle diverse edizioni hanno calcato i palchi di questa rassegna: siamo l’altra America, non quella dell’establishment letterario, ma quella nata dall’identificazione con la lotta di classe, dei neri, dei latini, degli emarginati, degli homeless». Nella giornata d’inaugurazione ha letto una poesia sulla tragedia di New Orleans, dove dice, tra l’altro, che «Nessuno verrà fuori pulito da Katrina». «L’immane catastrofe che si è abbattuta su New Orleans ha portato alla luce per la prima volta la verità sulla lotta di classe e sui rapporti sociali in America. Forse si può individuare come precedente soltanto la ribellione di Los Angeles del ’92, ma in quel caso era un quartiere, qui è un’intera città. Fin dall'inizio è stato ovvio che la gente è stata abbandonata a se stessa perché era povera. Katrina ha sollevato il sipario sulla sofferenza dei poveri e sulle bugie del governo. Le guerre, infatti, non sono solo un esercizio di potere, ma servono anche a nascondere la verità. Forse New Orleans è l’inizio di una coscienza più organizzata, al di là della Sinistra che in America è completamente polverizzata». Lei ha scritto, anche, che la poesia è un «atto solitario». Come si concilia con quella funzione civile del poeta che nella sua opera ha sempre rivendicato? «Scrivere è sempre un atto di solipsismo, un’avventura solitaria. Ma nel momento in cui finisco di scrivere, la poesia si stacca da me e viaggia nel mondo, nella comunità civile. Sono due momenti di uno stesso processo».

Fabrizio Coscia