Ascoltavo un canto gregoriano
nella macchina che sfrecciava
su un’autostrada della Francia.
Gli alberi erano di fretta. Le voci dei monaci
lodavano il Signore invisibile
(all’alba, nella cappella che tremava di freddo).
Domine, exaudi orationem meam,
pregavano le voci maschili con tale calma
come se la salvezza crescesse nel giardino.
Dove andavo? Dove si nascondeva il sole?
La mia vita giaceva lacerata
ai lati della strada, fragile come la carta di una mappa.
Insieme ai monaci soavi
mi avvicinavo alle nuvole, plumbee,
pesanti, impenetrabili
come la benda sugli occhi del reo,
verso il futuro, verso l’abisso
che inghiotte le lacrime dure della grandine.
Lontano dall’alba. Lontano da casa.
Invece dei muri – una lamiera sottile.
Una fuga invece della veglia.
Un viaggio invece dell’oblio.
Invece di un inno – una poesia veloce.
Davanti a me
correva una piccola stella stanca
e l’asfalto della strada brillava
indicando dov’era la terra,
dove si celavano la lama dell’orizzonte
e il nero ragno della sera
e la notte, vedova di così tanti sogni.
1994
Da: “Dalla vita degli oggetti”, Poesie 1983-2005, (Adelphi, 2012).