Mia moglie Trini ama le chuparosas.
Spesso una le si avvicina, lode fra le ali,
da sorella a sorella, mentre Trini si avvicina al fiore rosso
tra i cespugli e quella resta in volo librato
nel silenzioso riconoscimento tra l’uccello
e questo fiore chiamato donna.
Una volta una chuparosa rimase intrappolata sotto la tenda della finestra.
Si muoveva da un capo all’altro, svolazzando impaurita,
mentre io assistevo al suo tentativo di fuga.
Incapace di fare alcunché, ne dirigevo il percorso
con gli occhi. Per un attimo, fu Trini ad essere imprigionata,
nel fango/stato che la paralizza in cui spesso cade.
Sapevo che l’uccello avrebbe trovato una via d’uscita
come fa sempre Trini, attirando a sé
un’intensità di dignità che spaventa
la maggior parte della gente la cui dignità
è per lo più un fardello sotto un velo sottile.
Nel lavoro della chuparosa – cercatrice di nettare
e levatrice di ogni fioritura –
io vedo Trini. In un’altra vita,
sono madre e figlia,
danno nutrimento a ogni colore e natura dolce.
C’è danza e grazia
nel loro movimento, sospeso intorno
alle cose brutte e dure
come un albero nodoso – o come me –
che lotto con le montagne per persistere.