Edificavo sul vuoto
città capovolte
inventariavo l’universo
o meglio, l’inventavo
l’occhio fisso ai vetri dei grattacieli
dove l’uccello si specchiava
nella sua caduta ascendente.
Intravedevo città
nella cavità di un chicco di riso
metropoli nella pupilla
di un colibrì.
Salivo con un filo
di cristallo
fino alle terrazze di Babilonia
dove si stava
immolando il Sole.
Uno sciame di vocaboli
mi illuminava in sogno
io ero l’ispirato notturno
