Io voglio toccare gli occhi, il mondo
che si fa buio. Le putride
linee
della vita.
È tiepida la chioma d’un vetro?
Non hanno bocca?
Ognuno porta il suo lampo spento
la pietra di non esserci, sulle spalle.
Ma non parlerò più dei morti
parlerò delle proprietà del ferro:
gli avanza la fermezza e sogna oscuro.
È un metallo di terra
parco
non si ascolta
la sua voce che nel duro
permane
nella memoria delle cose
nella bocca dell’aria
il sapore del suo vino indurito.
Ma l’acido lo morde, l’acqua
finisce per lasciargli lividi,
minuziose
ferite incipienti.
Così cambia in aceto polveroso, in sale, in
niente del suo ossido d’autunno. Piove
sulla luna di ferro e questa pioggia
l’ascoltano soltanto i morti.
Quello che la poesia tocca, resuscita
Incontri internazionali di poesia di Sarajevo, 2008.