All’imbrunire nel centro della città
(non potendo tornare nell’appartamento in periferia)
andai a pernottare da un amico,
musulmano.
La padrona di casa mi preparò il letto di sua figlia,
che all’inizio della guerra era fuggita a Belgrado,
con il suo amato,
e da Belgrado ben presto ancora più lontano, sempre in cerca di salvezza per sé e per il proprio amore.
Mi coricai –
brividi di sacrilego mi attraversarono la schiena e gli arti.
In quel momento, la radio annuncia
che nella mia terra natale è stato sgozzato un gruppo numeroso
di correligionari dell’amico –
una notizia che fece sobbalzare e battere il cuore.
Pensai
che ci sarebbe stata una sorta di selvaggia giustizia
se qualcuno dei vicini del mio amico,
qualcuno degli esuli sotto lo stesso tetto,
sapendo chi sono, e cosa sono,
mi sgozzasse prima dell’alba come una bestia sacrificale,
affinché il sangue fosse in qualche modo pareggiato,
e proclamasse col coltello, sulla mia gola secca,
l’antichissima legge degli uomini.