Prendiamo la via Smeraldo per Bugojno, poi l’Opale
fino a Donji Vakuf, dove i kalashnikov sparano
sui Serbi in ritirata o verso il cielo in gloria
per far rullare i tamburi plumbei della vittoria.
Ancora una volta le case – serbe, eccezionalmente –
vengono ridotte a facciate bucherellate.
Oggi è il turno dei Bosniaci maomettani
di «pulire» città occupate, saccheggiare e bruciare.
Donji Vakuf è caduta ieri alle ventitre.
Annunciano la vittoria scaricando i mitra in aria
per il Dio a cui pensano di doverla.
Vedo vincitori cavalcare per la strada
su biciclette troppo piccole. Sono così gloriosi
e grossi che ogni veicolo sarebbe povera cosa,
uno però inforca il triciclo di un bambino,
ha le ginocchia sotto il mento e un mandolino,
anch’esso piccolo, legato alla sella,
che gli batte la coscia mentre pedala.
Mitragliatore e mandolino inceppano
i suoi movimenti, e rallentano la marcia
del vincitore grosso e instivalato,
così vinto da un triciclo rubato.
I saccheggiatori più fortunati sospingono un animale,
anche due o tre, presi a furia di sparare.
Una capra con le mammelle lì lì per scoppiare
butta latte per dissetare un vincitore,
altri si attaccano alla birra, mentre una mucca,
ignara di essere maomettana, spruzza
un arco trionfale di piscio sui passi
del suo nuovo ringalluzzito padrone bosniaco.
Un altro arranca con lo zaino strapieno e una bici
piccola e rossa che porterà a suo figlio,
e mi porge il kalashnikov per liberarsi
le mani. È freddo e bagnato di pioggia.
Risistemato il suo carico, se la svigna,
quasi dimenticandosi del mitra,
lo rimette a tracollo col resto del bottino
e procede barcollando per il cammino
dove passa un mietitore solitario,
falce in spalla, aspettando che i campi asciughino,
sperando, mentre ascolta il tuono, che il tempo
migliori abbastanza per tagliare il fieno.
Stasera qualche ragazzino si rallegrerà
della bici avuta in regalo dal papà,
che per essa sfidò l’artiglieria e il fuoco serbo
anche se è ammaccata e ha le gomme a terra.
E fra le migliaia in fuga verso nord, un altro
avrà perso ogni gioia, e vicino alla madre
vedendo l’incubo dei cicli in cui si aggirano
rimpiangerà la musica di un mandolino.
(Donji Vakuf, 14 Settembre 1995)
da: “Tre Poesie dalla Bosnia”.
Napolipoesia, 2002