L’automobile all’ombra sotto la tettoia
e ciuffi di erbaccia scura vicino alle ruote.
Il sole di mezzogiorno picchia sull’asfalto
e dissemina l’arenile di trasparenze.
Due muri sdentati,
un cartello stradale,
resti di lamiere e pneumatici rotti
son quanto evoca
il tempo degli uomini, il suo passare.
La bottiglia d’acqua e i tuoi occhiali velati.
Essere di passaggio è all’improvviso
questo paesaggio allucinato,
questa incredulità di dieci minuti
che è altro modo di distanza
e converte la vita in memoria precoce.
Lasciar cadere l’acqua lungo la fronte
e i capelli ti si increspano, più scuri.
Hai riaperto gli occhi
e un sorriso rompe il maleficio,
questa breve parentesi di insidia
che vibra con l’aria.
La smorfia del tuo sollievo è una calma
e so riconoscerne la forza.
Veloce verso un destino
che ci chiama senza conoscerci,
la macchina parte e lascia solchi sull’argine.
Resta solo questa luce,
l’ago fedele di agosto
che passa da parte a parte quel che tocca,
aldilà di noi.
(Gran angular, 2005)