Avvicino il fiammifero al fogliame
e il fuoco prende senza inganno.
Lentamente la fiamma avvolge il legno
con lingue azzurre e rosse,
emblema di impazienza che dà pace.
Lentamente i rami saggiano i suoi scricchiolii,
la sua lingua di tremito e arsura
solcando l’estensione notturna,
il cielo inclemente che ci veglia.
Un altro anno in questi monti
il rito si ripete:
l’alone della luce che lampeggia,
il ballo immobile dei tronchi,
la voce a mezza voce e la bottiglia inesauribile.
Immerse nella notte elementare,
forme e altre forme che noi non vediamo
e che ci vedono, aghi di luce mobile
che passeggiano il suo sogno solitario sul filo delle stelle e dell’istinto.
Parliamo per parlare, e non ci sono parole,
l’oscurità le seppellì tra le sue pieghe
o ravvivano questo rogoche cola negli occhi.
Immerse nella notte elementare,
all’improvviso saltano scintille, l’aria ci mostra
il suo piumaggio segreto, il rosso vivo
del volo più fugace,
e già tutto è una danza, una tacita festa
in cui le nostre infanzie tornano a celebrare
la promessa che mai mantennero,
il fuoco che ancora ci consumain tanti giorni che sono notti.
(Gran angular, 2005)