“La mente non è una matita per prendere appunti,
è una gomma per cancellare”.
Marko Vešović
Mio padre andò perdendo poco a poco il linguaggio.
E iniziò dai nomi. La prima cosa
che il suo cervello scordò non furono gli avverbi
né i pronomi o gli aggettivi,
come si sarebbe tentati di credere,
e nemmeno i granelli di polvere delle preposizioni,
ma i sostantivi.
La mela smise di essere mela,
il bicchiere diventò quello
e chi gli si avvicinava smetteva di aver nome.
La morte cominciò il suo minuzioso lavoro
rubandogli i nomi,
cancellandoli, mettendo
al loro posto un questo o un quella cosa,
un dammi, un balbettio, un gesto della mano.
Gli ultimi che si perdono sono i verbi,
i verbi che si muovono nel sangue
come fossero pesci
finché il mondo finisce,
finché il corpo non regge più l’anima.
Gli aggettivi sono affettuosi,
vestono delle loro passioni quel che guardano
e perciò sopravvivono.
I nomi invece svaniscono.
E la sostanza dei sostantivi
è nebbia, inezia, torri di fumo.
La mela smette di essere mela.
Io smetto di aver nome.
La parola dolore non significa nulla.

