La voce-profezia delle erbe, quell’inverno di una foglia
piegata, mi ricorda bambini che salutano dal ciglio delle strade:
il loro canto paziente allevia l’arte di un altro passo
doloroso in cerca di una patria lenta, il paese schiavo,
errando come chi erra per la notte l’oceano intero.
Europa dei campanili quando suonano le campane,
la cloche aux Turcs, si voleva sognare la gioia degli uomini,
la stretta felice di mani innocenti, operaie,
l’incendio delle città accarezzate con mani di muratore
al tramonto. Il mondo si incide a stele nella memoria,
quel passato di vettovaglie che porto sulle spalle
come un segreto, come una preghiera mormorata,
al margine del silenzio e della paura, sull’orlo dell’acqua.
Ebbro di immagini, alberi che si piegano al passaggio
alle mie scorte di vento, cerco un porto di riparo,
cerco un volto umano come il pane e un’anima per il riposo.
In fuga, nessuno abita il piccolo campo del mio canto,
l’alone delle dimore in caduta verso il Mediterraneo.