Il corpo rimane mentre il respiro rallentava;
ispessitosi attorno alla parola strozzata,
piangendo affamato d’aria come un neonato
per il latte sfilacciato di sangue della mamma,
la lingua che mugola un motivo fatto di lamenti,
unendo gemiti a “oo” radicali
secondo la marea, uh, tornando a casa
da cuori che echeggiano “ah” attorno alle pelli
che battono e alle corde di budello che vibrano qui –
ascolta attorno a questo cerchio dove parliamo
scintille dalle lingue come pietre focaie per accendere
la torcia del linguaggio che oscilla sulla testa,
notte di turbini di tizzoni per cui la vista traccia
la sintassi delle stelle che
dicono questo racconto di luce
innamorandosi dell’oscurità, e il loro figlio,
il suono dietro alla parola, apre le sue ali
riempiendo i polmoni con nomi infuocati di cose
che cantano tazze di sussurro di passione della Primavera,
quella nenia funebre che depone le pietre sulle tombe,
che risuonano ora alla batteria AUM...
Ma la parola si innalza e rifiuta di vendere
il suo urlo nudo in cambio delle lettere della legge,
o si raggomitola sotto al feretro dei titoli,
o clicca e scintilla dentro agli schermi.
Parla di un seme selvaggio che dice verde;
una goccia di sudore che rinfresca la polvere innalzata,
una crosta di pane rotta e condivisa
un bocciolo lanciato nel sentiero della morte,
una poesia che sa che i denti del poeta
dureranno di più di qualunque nuovo suono che vi si aggiri.
E la parola torna lungo questo mattatoio
di Babele, canticchiando da queste poche ossa,
“evviva, evviva, evviva, la vita è solo un sogno...”
per cui ciascuno di quelli in fila alla banca si unisce
al giro e al trambusto delle fermate per gli affari
sotto ai raggiri della piramide dove ogni io
vuole quello splendore da faro e quel chiasso da suono digitale
che non annegherà mai la semplice lirica
quaggiù dove il respiro fuma e scorre.
I narratori di storie fecero passare funi di ossa attraverso le loro lingue
per osservare quello che dicevano. I bardi furono cuciti
dentro a sacchi e appesi su un abisso per tre giorni
affinché pensassero prima di parlare. Senachies consumava
piedi scalzi rendendo presente il fantasma del coro.
E la musa disvela veli di silenzio
nel mezzo di questo baccano di distruzione e baci
la parola piena sulle labbra per cui non c’è nulla
tra il respiro e la verità lasciati liberi.
Da “Merry-Go-Round”, City Lights Italia, Firenze, 2000.