Come queste scalinate di Villa d’Este, quasi parallele,
si incontrano a intervalli regolari,
delimitano uno spazio e poi lo liberano, così impossibili o così definite
da escludere qualsiasi definizione e non confondersi mai.
Mi piacerebbe pensare di far parte di questo popolo che usa,
stagione dopo stagione, le belle scale, le grotte delicate e arteficiale,
le fontane copiose e sterili, che si consuma per esse,
e all’improvviso non capisce più il perché: ma gli rimane
ancora per qualche tempo una strana nostalgia, una persistente dolcezza,
come se queste grotte, questa fontana cento volte moltiplicata,
fossero anch’esse, il popolo.