Quali dal vento le gonfiate vele cagiono avvolte, poi che l'alber fiacca
- Dante
Mi inginocchiai per accarezzare e dar da mangiare
a un gatto randagio. Gli occhi suoi, più antichi del mondo,
mi guardano, me trapassato. Per la testa mi passò
l'idea: se avessi avuto una sola goccia di fortuna, non saresti sopravvissuto alla guerra,
ma non te lo permette il diavolo o Dio. Non ti ho ancora maltrattato
quanto è stato previsto lì, nel mio ufficio.
Non ti ho abbastanza preso in giro
né te né i tuoi entusiasmi. Benché ogni male
sia per qualche bene: ora nell'indifferenza
del popolo altrui sto riposando dal troppo impegnativo
amore, che il mio popolo da sempre
ha nutrito per me.
Guardo nella profondità degli occhi del gatto come se guardassi
lontano sulla distesa del mare: è tutto vuoto, da qui
all'infanzia. L'anima mia è la saccheggiata
chiesa di San Francesco del romanzo di Matavulj.
Ma vivere è irritante come la forfora sulle spalle
dei vecchi celibi. Vuote sono anche le mie notti trascorse
in bianco sopra la carta come sopra un malato grave.
Da qualsiasi parte io vada, mi raggiunge sempre
mezz'ora dopo essermi mosso, l'invano.
La vita è un incubo e la pietra fa da cuscino.
I miei entusiasmi erano ridicoli come il camminare
degli uomini nei film muti. Tutto in questo mondo
si è trasformato in magli d'acciaio che battono l'ultima pietra preziosa
nella mia anima. È già tardi per tutto.
Per la gioia e per la disperazione. Per il senso e per il dissenso.
Il mio tempo è più veloce anche del più veloce
motoscafo di clandestini che non raggiunge
nessuna vedetta di pattuglia. Mi rimane nutrire
i gatti randagi a Sarajevo, parlare con la gente
così come si fa quando si prova a fare
il fuoco dalla legna umida, mentre sta crepando il secolo
nel quale il Male ha spalancato le sue porte
come gli altari di Pasqua.
Quando fissi attentamente
negli occhi di un gatto ti sembra di vedere lontano
fino al tuo primo pianto. E anche più lontano. Fino al tumulo
di terra non più grande della gobba di un cammello.
È triste vivere alla maniera di un cardellino cieco
nella gabbia. L'anima è più fredda
della cella di un monaco. In lei fanno le fusa le verità
di nessuno come i gatti di strada. I miei sogni
erano i njegoš dipinti nei portacenere. I miei entusiasmi
erano giustamente derisi. Gli entusiasmi simili a un
cantante di opera, che fu costretto a cantare, a Buchenwald,
le sue grandi arie
mentre i prigionieri venivano torturati.