Mia figlia abita in un minuscolo monolocale
al quinto piano di un vecchio immobile fatiscente
dove entra la pioggia.
La sua finestra affaccia su un disordine di tetti
disseminati di antenne
che danno l’impressione che le case
siano munite di protesi
come paraplegici.
Quando mia figlia si avvicina alla finestra,
la vertigine mi pianta dei chiodi nei piedi
eppure, il mondo, visto dalla sua finestra
è meraviglioso e a portata di mano.
Rassomiglia molto a questa città che conosco
e che si fa chiamare Parigi
dai suoi innamorati
dai quattro angoli del globo.
Nella casa di mia figlia
ci sono libri d’arte
the rosso
un pollo al limone
minuscole valanghe di neve
che mugolano
in bicchieri di rhum
e una radio planetaria
per catturare i miraggi
delle onde della notte
che ci giungono dai Tropici.
Nella casa di mia figlia ci sono
un pesce rosso e un pappagallo verde
che basculano
sulla panchina della luna.
Ci sono anche
due Cinesi in canottiera
che passano e ripassano
nella piscina della loro cucina
chiara come un uovo al tegamino.
All’esterno, ci sono ancora
delle impalcature,
una musica che proviene
da un foyer africano
e tutte le piccole luci
dei lampioni della città
che si nascondono nelle loro tane.
La casa di mia figlia
è vicinissima al cielo
e ne tiene prigioniero
un bel frammento di seta blu
che lei ha appeso al muro.
Nel cielo della notte,
passa fischiando su Parigi,
il metrò delle stelle
che forma una lunga collana
per legare le Antille all’Orsa Maggiore.
E, di fronte a lei,
le Sacré-Coeur
imprime il suo codice a barre
sulla fronte pallida della storia…
Nella notte,
la casa di mia figlia
è una lanterna
ed è lei
che la accende.
